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Brescia è oggi una fiorente città industriale, centro espansivo di modernità tecnologica e di pensiero, una realtà proiettata al futuro, dalle sue università ai servizi al cittadino. Dal dopoguerra vantiamo un impegno al progresso rapido e deciso, fiero come la sua gente e saldo nei suoi obbiettivi: portarci presto sul tavolo del confronto internazionale, senza nulla invidiare ad altri maggiori centri urbani.
Ma un tempo fu anche Brixia. Fu una villa mollemente adagiata sul suo scuro, fertile terreno, costruita attorno ai quadrati pietrosi delle prime strade dell'impero, sostituendosi pian piano agli acccampamenti turriti, di legno, conoscendo un po' alla volta mura, fontane e piazze. È stato istituito il foro ed eretto il teatro, si è creata, scavando le sue fondamenta fra quelle dei villaggi celtici ormai annichiliti dal tempo. E sotto di essi ancora: i resti di culture e uomini che hanno vissuto e sono morti fra le sue valli e le colline, bevendo alle acque chiare che si disegnano ancora sul territorio e pregando, probabilmente. Avulse divinità e templi e fauni abitavano allora le sacre pendici del colle Cidneo.
Milioni di storie dimenticate e voci zittite, epoche lontane che hanno fatto il nostro oggi, credete, riposano ancora qui, attorno a noi. Sono nei musei e nelle memorie della nostra gente, nei palazzi, negli oggetti, nei lavori, basta saper cercare…
La nostra terra è ricca di siti di interesse storico, e da essi, oltre che dal paziente e appassionato lavoro di studio cui sono stati oggetto, possiamo oggi affermare l'esistenza di insediamenti umani preistorici dal Paleolitico all'età del Bronzo.
Le stazioni di maggiore interesse sicuramente sono:
Per quanto riguarda il panorama preistorico della Val Camonica, sicuramente uno dei più affascinanti e di grande eco nel suo genere, e nel cui contesto si inseriscono le ormai famosissime incisioni rupestri (graffiti su roccia), questi i luoghi più rappresentativi:
Capodiponte, considerato peraltro il centro della cultura camuna, e dove si trovano: il Parco Nazionale di Naquane, il Centro Camuno di Studi Preistorici, il Museo Didattico di Arte e Vita Preistorica e l'Archeodromo.
Cividate Camuno, ove è possibile visitare un Museo Archeologico di sicuro interesse.
Attraverso le Alpi, tra il VI e il IV sec. a. C., scesero i Galli (o Celti) che invasero ad ondate progressive la Pianura Padana abitata, a quel tempo, da un antico popolo: i Liguri.
Furono i Galli Cenomani con a capo Elitovio che si insediarono per primi sul nostro territorio e a cui dobbiamo con tutta probabilità l'origine del nome di Brescia. Fu il colle Cidneo (termine sua volta derivante da Cidno, Re dei Liguri), ad ispirare il nome ch'essi diedero alla nostra città. Bric o briga (radici celtiche che significano monte, altura o fortezza), sono infatti la base semantica su cui si costruì con ogni probabilità il nome Brixia, antenato già latino di Brescia. Non è inoltre improbabile che questo stesso etimo ci accomuni alla vicina Bergamo.
Il colle Cidneo deve avere investito fortemente l'immaginario, e davvero deve essere stato per loro meglio di un'arroccata fortezza: facile a difendere, raccolto, aveva inoltre la possibilità di spaziare con lo sguardo l'orizzonte più lontano, punto ideale per il primo insediamento. Abbiamo prove, infatti, che da qui scesero, per estendere poi l'abitato in una vera e propria città, centro che gli storici latini racconteranno esser così esteso da potersi a pieno titolo considerare la loro capitale. Gli anni purtroppo non avranno pietà del legno e del fango, i poveri materiali utilizzati per edificarla e cintarla e poche, dunque, saranno le testimonianze materiali della loro lunga e importante presenza.
I Cenomani furono i soli Galli ad essere alleati della Repubblica Romana. Questo popolo, le cui radici indoeuropee si perdono nella stessa genealogia dello sviluppo occidentale, puntò orgogliosamente sul futuro, scommise su quei pastori volitivi e pratici che avevano fondato un impero sulle rive boscose del Tevere. Nella guerra che fù portata alle popolazioni stanziate nel nord Italia in occasione dell'anno 225 a.C., contro una lega di tutte le tribù galliche riunite, e ancora, durante la I guerra punica e nonostante la ribellione che coincise con la II, sempre i Cenomani si schierarono in favore di Roma. Unici vincitori fra tutte le tribù galliche, nella pace armata che seguì quell'ultimo conflitto (199 - 194 a.C.), l'alleanza con la Repubblica valse loro una autonomia amministrativa e il diritto a mantenere un proprio esercito. Presto, come si era soliti, ai centurioni e ai coloni seguirono mercanti e nobili, attirati dalla fecondità degli scambi e dalle prospettive di guadagno i primi e dalle bellezze ambientali, dalla pace e dalle promesse di sviluppo i secondi, tutti si inserirono comunque con facilità nel tessuto cittadino, costituendo di fatto una nuova era per Brixia.
A Brescia venne concesso il diritto latino nel 89 a.C., ed in seguito (nell'anno 49 a.C.), durante il consolato di Giulio Cesare, la cittadinanza romana. L'urbe guadagnò così un ordinamento municipale autonomo (era governata dai quattuorviri), con un proprio Senato e propri magistrati; la distinzione tra i cittadini veniva dettata dal censo o dai meriti di guerra.
L'imperatore Ottaviano Augusto nel 26 a.C. elevò Brescia a colonia civica augusta e la attribuì alla tribù Fabia. Sempre Ottaviano diede il via alla costruzione dell'acquedotto, lungo circa 25 Km, che dall'odierna Lumezzane si sarebbe esteso fino al Cidneo, e che avrebbe visto il termine solo sotto l'impero del figlio Tiberio. Ma sarà nel 73 d.C. che Flavio Vespasiano ordina la costruzione della struttura forse più nota e vicina al cuore dei bresciani: il Capitolium (cioè il tempio Capitolino o di Vespasiano a lui stesso, appunto, dedicato) che oggi ospita il Museo Romano. Piazza del Foro, che si discosta solo per le ridotte dimensioni rispetto al foro originale, e che dobbiamo immaginare gremita ogni giorno non solo per i suoi mercati, ma anche per le feste e le occasioni mondane, dovette rivestire una non indifferente rilevanza politica, oltre che essere luogo di celebrazione del gusto più ricco e raffinato. E come oggi anche allora, la sera, i giovani passeggiavano fra i suoi lunghi colonnati discorrendo delle novità della vita cittadina.
Per quanto riguarda, invece, le popolazioni delle nostre valli (Camonica, Trompia, e Sabbia), qui abitavano i coriacei e saldi "Reti" (che devono probabilmente il nome alle Alpi Retiche) e che solo nel 15 a.C. Roma riuscì a piegare assoggettandole in via definitiva all'Impero.
La Brixia romana raggiunge, intorno al 96 d.C., la massima espansione urbanistica (29 ettari) e demografica (circa 9.000 abitanti).
Una volta crollato l'Impero Romano d'Occidente (476), Brescia subì la dominazione barbarica da parte degli Eruli (guidati da re Odoacre) e, in seguito, dagli Ostrogoti di Teodorico che, battuto Odoacre nel conflitto per il Regno d'Italia, gli successe nel controllo. Successivamente Brescia dovrà conoscere anche il giogo bizantino, che durerà fino al 568 quando la calata dei Longobardi assicurò loro, in pochi anni, il controllo su tutte le città più importanti dell'Italia dell'epoca.
L'origine etimologica della parola Longobardo deriva probabilmente da: Lang Bart "lunga barba" o Lang Barte "lunga lancia" e questo ci fa capire l'impatto che questi barbari dovette avere sulle più colte e raffinate popolazioni del nostro territorio.
Brescia fu dai Longobardi considerata una delle città più importanti del Regno costituito da Alboino e fu scelta come sede di uno dei suoi 36 ducati; il centro politico-amministrativo fu portato quindi dal Foro alla Curia Ducis, eretta tra le attuali Piazza Vittoria e Piazza Loggia a questo scopo, e sempre nelle vicinanze (a sud cioè di Piazza Vittoria) venne creato il quartiere militare poi denominato "Serraglio".
Re Rotari (già duca di Brescia), nel 643 emanò il celebre Editto che ancora oggi porta il suo nome, scritto in latino, in esso trovarono per la prima volta posto le leggi longobarde dette "consuetudinarie" (che cioè prima d'allora erano tramandate solo oralmente), peraltro già ammorbidite grazie all'influenza della cultura cristiana, oltre che fortemente influenzate dalla lunga e generosa tradizione giuridica romana. Questo documento rappresenta la prima raccolta organica di questo tipo redatta dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente e le seguenti invasioni barbariche.
L'ultimo regnante Longobardo fu Desiderio (anch'esso insignito del titolo di duca), passò alla storia per aver costruito due importantissimi monasteri benedettini: uno maschile a Leno e un secondo, femminile, che trovò luogo in città col nome di S. Salvatore (più tardi S. Giulia), e che ospita oggi un importante museo di grande richiamo. Qui il Manzoni ambientò la splendida tragedia in versi dell'Adelchi (figlio di Re Desiderio) e qui come da lui narrato, davvero trovò la morte la sorella di Desiderio Ermengarda, moglie di Carlo Magno e da lui sacrificata alla ragion di stato.
Carlo Magno, sconfitti definitivamente i Longobardi nel 774, si proclamerà Re dei Franchi e dei Longobardi e nell'800 sarà incoronato Imperatore del Sacro Romano Impero.
I Franchi (anche detti "Carolingi") istituirono un regime feudale tale per cui la Corona, in cambio di servizi di carattere militare, assegnasse possedimenti terrieri ad alcuni potenti signori. Questi ottimizzarono loro volta i controlli grazie ai numerosi vassalli loro legati da giuramenti di fedeltà (oltre che da interessi personali), sviluppando così una rete capillare a maglie strette e robuste negli anni. Furono inoltre istituiti i comitatus, circoscrizioni territoriali cittadine governate da un conte, mentre i marchesi presero il nome dalle regioni di confine (marche) loro assegnate. La figura del duca non venne eliminata ma assunse prerogative diverse, pare di supervisione comitale. Da un punto di vista dei fatti di interesse storico, vi è poco da dire in merito al dominio Carolongio in Brescia e sono piuttosto inconsistenti e fumose le notizie relative al periodo successivo la caduta del loro impero (888). La Penisola venne spartita tra il duca di Spoleto Guido e il marchese del Friuli Berengario. Questi si diedero battaglia proprio nelle vicinanze di Brescia, scontro che peraltro non fu risolutivo né in favore dell'uno né dell'altro. Solo qualche anno dopo, del resto, la nazione fu invasa dagli Ungari e a nulla valsero i tentativi di Berengario di arrestarne la discesa.
Negli anni a seguire il potere venne conteso da varie famiglie e potentati italiani e stranieri. Fu nel 951 che Ottone I di Sassonia, sceso in Italia e proclamatosi Re, riuscì finalmente a stabilire la pace. Incoronato nel 962 Imperatore del Sacro Romano Impero, per limitare al massimo il potere dei feudatari e mirando a consolidare ulteriormente la propria figura e autorità, delegò al clero (classe peraltro già discretamente influente), molti poteri, per lo più di carattere politico-amministrativo, giudiziario e militare.
Contro lo strapotere dei vescovi-conti (grandi signori della feudalità ecclesiastica) e contro l'alta aristocrazia iniziarono a insorgere esponenti della piccola nobiltà e della borghesia. Per rafforzare la loro influenza e opporsi al rigido sistema feudale, che imponeva vincoli al libero scambio delle merci e alla produzione agraria, si riunirono in corporazioni. Queste posizioni, verso il 1000, confluirono nel movimento per la riforma della Chiesa, originato dal desiderio di depurare il clero dalla corruzione e dalla sete di potere per riportarlo ai suoi soli compiti pastorali.
La lotta in seguito assunse una natura sempre più marcatamente politica. Si voleva affrancare il potere ecclesiastico dal controllo laico affermando, al contempo, il principio per cui il Papa dovesse essere il capo supremo, in posizione di supremazia rispetto a tutti i potenti della Terra, primo fra tutti l'Imperatore (è la Libertas Ecclesiae). Fu questa situazione a dare un impulso decisivo alla formazione dei primi Comuni. Ai vescovi (che governavano le città in nome dell'Impero) si sostituirono i consoli e le zone di loro influenza divennero indipendenti e autonome. Per quanto riguarda la nostra città i documenti che possano dar conto dell'esistenza di consoli non risalgono a prima del 1127.
Una parte della nobiltà sostenne quei vescovi che non accettarono la nuova situazione, dando origine a quelle lotte per il potere cittadino che caratterizzarono l'età dei comuni fin dal suo inizio. A tutto ciò si aggiunga poi la conflittualità tra città per il predominio regionale. Brescia, per esempio, guelfa, era alleata di Milano contro le ghibelline Bergamo e Cremona.
Celebre è la guerra tra Bergamo e Brescia, originata dalla lotta per il possesso dei castelli di Volpino, Ceretello e Qualino. Brescia ne uscì vincitrice nel 1156, dopo un cruento scontro nei pressi di Palosco. L'antagonista fu costretta a chiedere la pace, ma l'onta dei tanti morti e prigionieri di parte bergamasca rappresentarono a lungo un pesantissimo ostacolo ai rapporti tra le due.
E' in questo contesto di deperimento morale della chiesa che emerge in tutta la sua purezza Arnaldo da Brescia. Egli sostenne il ritorno ai doveri evangelici, l'abbandono di ogni ricchezza, e di ogni attaccamento ai beni materiali. Questo l'unico modo in cui il clero avrebbe potuto recuperare credibilità nei confronti dei fedeli. Arnaldo si lanciò allora in una lotta contro la corruzione e l'immoralità della Chiesa che divise Brescia in due schieramenti e che ebbe l'atto finale nello scontro armato in porta Torrelunga dove la fazione a lui fedele venne sconfitta. Scomunicato, fu costretto a fuggire in Francia.
Rientrato in Italia, nel 1145 si portò a Roma per predicare la povertà assoluta della Chiesa. Papa Adriano IV pose allora l'interdetto su Roma e promise di rimuoverlo a condizione del suo allontanamento dalla città. Finito nelle mani di Federico I questi consegnò Arnaldo al Papa che lo processò e condannò a morte; correva l'anno 1155.
Quando Federico I (con le due diete di Roncaglia del 1154 e 1158) stabilì che l'elezione dei consoli dovesse essere approvata a livello imperiale, i Comuni videro perduta la propria autonomia. Ne segui una ribellione nel corso della quale Brescia si trovò alleata di Milano ma che non ebbe futuro. Qualche anno dopo, nel 1167, insofferente come altre città della situazione di sottomissione all'imperatore, Brescia trovò accordi in segreto con Bergamo, Cremona e Mantova e ad esse si aggiunse in seguito anche Milano. Il fine era di coalizzarsi per difendere i propri interessi da ogni sopruso. L'alleanza, che trovò peraltro il sostegno di Papa Alessandro III, venne sancita con il giuramento di Pontida e diede vita a quella che poi passerà alla storia come la "Lega Lombarda".
Federico I, per non mettere a repentaglio i diritti imperiali sanciti con le dette diete, tentò una mediazione con la Lega, ma il conflitto si era ormai troppo inasprito. Lo scontro non tardò: le due fazioni impegnarono battaglia il 29 maggio del 1176 a Legnano, dove, grazie al valoroso Alberto da Giussano (a capo della "Compagnia della Morte"), la vittoria arrise alla Lega e l'imperatore dovette ripiegare.
I Comuni ritornarono ad essere liberi ed ad avere autonomia politica e giurisdizionale, la pace venne ufficializzata a Costanza nel 1183, Brescia fu ivi rappresentata da Oprando Martinengo.
La Lega Lombarda tornò a costituirsi una quarantina d'anni dopo, e nell'anno 1226 Brescia ne entrò a far parte, rinnovando l'antico giuramento. L'occasione questa volta fu la dichiarazione di guerra mossa da Federico II ai Comuni di parte guelfa.
La battaglia con l'Imperatore (appoggiato dal ghibellino Ezzelino da Romano) avvenne nel 1237 a Cortenuova (tra l'Oglio e il Serio) e vide le milizie dei Comuni lombardi uscirne duramente sconfitte. Le città anche se assediate non smisero di resistere. Si distinsero per il loro coraggio in questi difficili frangenti in particolare Brescia e Milano.
Cessato il pericolo esterno si andò configurando uno scenario di guerra civile che vide opporsi il popolo alla nobiltà e i guelfi ai ghibellini; tutto il XIII secolo fu caratterizzato da queste lotte intestine.
L'epoca comunale era ormai in netta decadenza e questo portò ad una situazione di anarchia tale per cui il governo delle città veniva assunto con la forza dai principi o dai signori di turno.
Tebaldo Brusato, il capo della parte guelfa, affidò per calmare le acque il governo di Brescia a Berardo Maggi, un vescovo particolarmente gradito ad entrambe le fazioni. Nonostante un giuramento di pace le legasse, le rivalità ripresero presto e Tebaldo Brusato con tutti i suoi venne esiliato.
Morto Berardo nel 1308 Tebaldo riuscì a rientrare dall'esilio mentre la città veniva governata da un vicario imperiale appoggiato dai ghibellini. I guelfi si rivoltarono e conferirono il comando a Tebaldo ma questi fu raggiunto e catturato (1311) dalle forze dell'imperatore (Enrico VII di Lussemburgo) che avevano nel frattempo stretto d'assedio la città. L'eroe guelfo fu quindi messo a morte. I Bresciani, dopo qualche mese di una strenua resistenza, furono costretti ad arrendersi; i due anni successivi furono caratterizzati da una tremenda pestilenza che avvilì gli spiriti e i desideri libertari del popolo bresciano.
Successivamente la città conobbe un altro giogo, quello dei Visconti. A questi i Bresciani si ribellarono a causa della troppo pesante pressione fiscale esercitata da Filippo Maria Visconti e per potersi degnamente opporre al loro potere presero accordi con Venezia. Ad essa offrirono la città in cambio della protezione della serenissima. La battaglia di Maclodio del 12 ottobre del 1427 segnò la definitiva sconfitta dei milanesi che vennero qui battuti dal Carmagnola, famoso condottiero passato dalla parte di Milano a quella della Repubblica Veneta.
Brescia rimase sotto la Repubblica Veneta dal 1426 al 1797, perdendo così nuovamente la propria autonomia, ma la fierezza e il coraggio della sua gente rimasero quelli di sempre, ardendo come brace sotto la cenere.
Venezia non governò dispoticamente e per questo il suo controllo non ingenerò risentimento tanto nel popolo quanto nella nobiltà. L'amministrazione cittadina rimase ai Bresciani e così pure le magistrature municipali; del comando supremo vennero invece incaricati due esponenti della Repubblica: il podestà e il capitano. Il primo fu capo della vita politica e giudiziaria mentre il secondo fu capo delle forze militari e responsabile dell'ordine pubblico.
Nel 1437 ripresero le ostilità tra Venezia e Milano e Brescia si ritrovò coinvolta nel conflitto. L'esercito della Repubblica, incalzato da quello visconteo (agli ordini del Piccinino), trovò una via di fuga in Valle Sabbia e lasciò la nostra città completamente sguarnita di fronte al nemico. Nel 1438 incominciò l'assedio e la cittadinanza intera si mobilitò per difendere i confini cittadini. Uomini e donne bresciani opposero strenua resistenza e riuscirono così a respingere gli assalti degli uomini di Piccinino. Vinto dal loro coraggio quest'ultimo decise di affamare la città bloccandole ogni via d'accesso. Brescia si trovò in ginocchio e Pietro Avogadro venne inviato a Venezia per chiedere aiuti. Il 14 giugno del 1440 Francesco Sforza, a capo delle milizie della Repubblica, riuscì a sconfiggere - presso Soncino - il nemico. Venezia diede l'appellativo di Brixia Fidelis alla città.
Dopo la pace di Lodi (1454) Brescia conobbe un periodo di serenità e di espansione economica, che perdurò per tutta la seconda metà del XV secolo. Il mondo dell'arte e dell'architettura ebbero a beneficiare di questa situazione, fu infatti in questo periodo che vennero eseguite diverse opere importanti: la Loggia, la Torre dell'Orologio, il Monte Vecchio di Pietà, la chiesa dei Miracoli, l'ospedale e molti altri palazzi, chiese e conventi. Vissero in questo periodo Vincenzo Foppa (1427 - 1515), il più illustre esponente della pittura lombarda, e Antonio Zurlengo, famoso architetto.
Tra il 1478 e il 1479 Brescia fu colpita dalla peste, si calcola che i morti furono all'incirca trentamila.
L'esercito veneto (a cui erano aggregati 7.000 bresciani) venne sconfitto da quello della lega dei Cambrai - ideata da Papa Giulio II e di cui faceva parte Luigi XII - nella battaglia della Ghiara d'Adda (1509). Brescia si spaccò in due: chi per Venezia, chi per i francesi. Alla fine prevalsero questi ultimi e a Luigi XII vennero consegnate le chiavi della città.
Il popolo, come pure la borghesia e parte dei nobili, non gradì l'arroganza dei francesi e così il malcontento iniziò a dilagare. Nel 1512 Luigi Avogadro organizzò una ribellione per reintegrare Brescia a Venezia. La rivolta venne sedata e molti Bresciani vennero barbaramente uccisi dai soldati Francesi capeggiati da Gastone di Foix (sacco di Brescia).
Intanto nel 1510 Papa Giulio II sciolse la lega dei Cambrai e nel 1511 costituì una nuova alleanza con Venezia e Spagna (Lega Santa) contro l'alleato di un tempo: il re di Francia.
Brescia era sotto il controllo dei Francesi (1512) quando l'esercito veneto cercò di assediarla, ma gli oppressori trovarono un accordo con gli spagnoli i quali si impossessarono della città. Venezia, cosiderando Brescia molto importante, si alleò con i Francesi nella speranza di riconquistare la città. Nel 1515 iniziò l'assedio e il conseguente bombardamento franco - veneto, gli spagnoli resistendo tenacemente. Fu solo l'anno seguente (26 maggio) che vide gli Spagnoli finalmente arresi e Brescia nuovamente veneta, giorno di grandissimo gaudio per tutta la cittadinanza.
Venezia decise di dotare Brescia di maggiori difese, più efficaci e al passo coi tempi. Venne deciso di ricostruire le mura difensive che vennero strategicamente estese e potenziate, si operò al contempo una spianata di tutti gli edifici vicini alle mura per agevolare il controllo del territorio e si eseguì la separazione del colle Cidneo dai Ronchi, ma negli anni susseguenti Brescia non venne più impegnata in guerre che la videro protagonista.
La Brescia artistica nel frattempo era cresciuta e molti furono i pittori ad essere considerati maestri del Cinquecento bresciano: il Foppa - peraltro già citato - il Savoldo, il Giorgione, il Romanino, il Moretto. La città diede i natali anche a poeti, storici, scienziati, architetti e artisti di ogni genere tutti di una certa fama come per esempio il Tartaglia importante matematico, Veronica Gambara sensibilissima poetessa o Gasparo da Salò considerato l'inventore del violino. L'industria armiera della Val Trompia raggiunse livelli di perfezionamento altssimi: vennero inventate nuove tecniche produttive e nuove leghe che resero le armi valtrumpline le più leggere e resitenti. L'armiere più famoso del tempo fu Lazzarino Cominazzi le cui canne, di impareggiabile leggerezza, presero il nome di lazzarine in suo onore. Venezia considerò il "know how" dell'industria armiera bresciana una risorsa preziosissima e coloro che ne furono i depositari vennero conseguentemente tenuti sotto protezione e controllo logistico.
Terrificanti furono la carestia del 1629 e la pestilenza del 1630 che causò non meno di undicimila morti. Brescia è ora una città allo sbando, la criminalità dilaga senza ritegno. Venezia è tutta presa dalla guerra con i Turchi e non ha tempo per occuparsi di altre crisi.
Col XVIII secolo la Repubblica di Venezia entra in profonda crisi, non ha più un ruolo determinante a livello di politica internazionale e questa situazione si rifletterà sulla fedele Brescia che nel marzo del 1797 si affrancherà dalla sudditanza veneta per divenire essa stessa repubblica indipendente. Dopo pochi mesi però in base al trattato di Campoformio - intercorso tra Francia ed Austria - Brescia verrà inglobata dalla Repubblica Cisalpina mentre Venezia conoscerà il giogo austriaco.
Nel 1799 riprese la guerra tra Francia e Austria. La Francia venne battuta e la Lombardia - Brescia compresa - passò all'Austria. Nel giugno del 1800 però le armate di Napoleone si reimpossessarono di Brescia, ma una volta dissolto l'impero la citta si ritrovò nuovamente soggiogata dagli Austriaci (1814).
Nel 1836 Brescia e provincia vennero investite dal colera e i morti furono diecimila, il fermento ideologico (anti-austriaco) che era andato crescendo in qusti anni subì una brusca frenata ma non si estinse del tutto. Il risentimento verso l'oppressore era fortissimo in tutta la popolazione e così il 23 marzo del 1849 scoppia la rivolta.
Conosciuto come il "Falcone d' Italia" ed oggi meta prediletta delle passeggiate dei Bresciani, il Castello è situato sul colle Cidneo il cui nome deriva da Giono, mitico re delle antichissime popolazioni liguri che per prime abitarono queste zone. Dopo i liguri furono i Cenomani a stabilire sul colle la loro sede e successivamente i romani vi costruirono una rocca, andata però distrutta durante le invasioni barbariche del IV e del V secolo.
La parte più antica dell'attuale castello la torre Mirabella, di forma cilindrica posa su una base rettangolare di epoca tardo-romana e risale al tempo dei comuni ( XII - XIII secolo).
Il corpo rettangolare del mastio, con le mura coronate di merli e i due torrioni circolari sarebbero stati eretti da Giovanni e Luchino Visconti nel 1343. E' però più probabile che i Visconti abbiano ampliato una costruzione già esistente, trasformandola in una formidabile fortezza che ebbe una funzione di primo piano nelle guerre per il dominio della città.
Nel 1426 per esempio, quando i bresciani congiurarono per liberare Brescia dai Visconti, il castello riuscì a resistere per ben 8 mesi agli assalti e solo la fame alla fine stancò la disperata resistenza dei difensori.
Nel 1512 quando scoppiò la rivolta intesa a riportare Brescia sotto la Repubblica Veneta, il castello rappresentò ancora una volta l'ultimo baluardo degli assediati.
Quando Brescia tornò sotto il dominio veneto (1516) la cinta delle mura venne allargata fino a Canton Monbello e rinforzata dal colossale bastione della Pusterla.
Si inserirono inoltre i possenti bastioni di S.Faustino a sud-ovest, di San Marco a sud-est e di S.Pietro a sud-est. Per isolarlo dai colli dei ronchi venne scavata la trincea su cui corre oggi la strada di circonvallazione della Pusterla.
Lavori di restauro hanno messo in luce una serie di affreschi databili introno alla metà del XIV secolo. E' inoltre emerso che il mastio trecentesco poggi a su un grandioso edificio Romano a pianta rettangolare e databile intorno al primo secolo dopo cristo. Da notare il perfetto allineamento di questo edificio situato sul Cidneo con il sottostante Capitolium e con il foro
Il tempio Capitolino è la più importante testimonianza monumentale della "Brixia" romana.
Fu seppellito nel medioevo dalle frane del colle Cidneo e fu riportato alla luce solo nell'ottocento.
Nel 1823 infatti su iniziativa della congregazione municipale e dell'Ateneo di Brescia iniziarono i primi scavi; di tutto il tempio sporgeva tra i rovi soltanto una mezza colonna con capitello.
Eretto da Vespasiano tra il 73 e 74 d.C. , del maestoso edificio sono state ricomposte parte del pronao, dalle alte colonne corinzie, e tre celle oggi adibite a museo lapidario.
Fu distrutto verso il IV secolo da un incendio provocato da una incursione barbarica.
L'area capitolina cinta su tre lati da un terrazzo con al centro un tempio e ai lati due ali di portico che si prolungavano verso il foro, veniva raggiunta dal decumanus maximus attraverso una scala ( ora rifatta in cemento) .
Una seconda scalinata conduceva al podio del pronao, dove verosimilmente si trovavano due fontane.
Il tempio è costituito da tre o forse quattro aulae e separate tra loro da intercapedini, alle quali si accede da porte site in un angolo delle celle.
Della cella centrale, la più ampia, resta l'antica soglia di pietra di Botticino.
Ogni cella custodiva un'ara in cui era onorata una divinità: probabilmente le tre divinità erano Giove,Giunone e Minerva.
Al centro dei sacelli si trovano dei podi ed in quello centrale, il più imponente è visibile uno zoccolo a due gradini.
All'interno delle celle centrali e di sinistra sono conservati i pavimenti a lastre marmoree, giallo antico quelle rettangolari, breccia africana color paonazzo quelle quadrate; il pavimento della cella di destra invece fu distrutto.
Sulla fronte, un unico pronao è animato da avancorpo centrale prostilo,esastilo,corinzio, con disposizione simile a quella lodata da Vitruvio.
Ai lati si notano due lati di portico più stretto, con tre colonne di pari altezza; fungono da raccordo con la parte centrale due grandi pilastri cuoriformi. Il timpano, in gran parte ricostruito, doveva essere ornato da tre o cinque statue; l'acroterio centrale doveva essere composto da un intero gruppo statuario.
Alla profondità di 5,60 metri dal pronao del tempio tra il Capitolium e il teatro vi è l'aula dei Pilastrini.
Fungeva da portico o da passaggio fra il decumanus e l'aditus occidentale del teatro.
E' un'aula rettangolare di vaste proporzioni divisa in tre navate da due file di pilastri alti e stretti, alcuni scanalati, altri sormontati da capitelli tuscanici; l'ingresso è architravato .
Il vano è delimitato a ovest da un muro in perfetto stato di conservazione e a nord da tre nicchioni semicircolari.
Costruito in epoca Flavia in pietra di medolo e marmo di vario tipo, ebbe il periodo di massimo splendore in età Severiana.
Intorno al V secolo a causa di un terremoto o di invasioni barbariche, la scena e la frontescena crollarono; la vita del teatro continuò , comunque, almeno fino al 1173.
Il teatro è collegato al Capitolium dall'aula a pilastrini con la cavea adagiata sul declivio del colle, secondo l'usanza greca.
Le notevoli dimensioni dell'edificio ( diametro metri 86 , apertura scena metri 48, altezza edificio metri 34 ) lo collocano tra i maggiori della X Regio Augustea dopo Verona e Pola.
Si pensa difatti che potesse contenere 15.000 mila spettatori.
Sono attualmente visibili buona parte della zona inferiore della frontescena a nicchie curvilinee corrispondenti alle porte tradizionali, l'iposcenio con le nove pietre forate per il sollevamento del sipario, l'aditus in scaenam occidentale, parte della parados occidentale e quella orientale.
Della cavea occupata in parte dal Palazzo Maggi - Gambara si conoscono alcune gradinate , parte dei muri radiali, i più importanti muri semicircolari , parte della media e summa cavea.
Le Domus dell'Ortaglia permettono di penetrare nel cuore più antico della città, per ammirare dopo venti secoli il ricco nucleo di abitazioni di epoca romana, tutte affrescate, scoperte nel sottosuolo di quello che, per secoli, è stato l'orto del Monastero di Santa Giulia
L'area delle domus, espressione eloquente della magnificenza di Brescia romana, ha un'estensione di circa 1000 mq-
Dopo anni di studi e ricerche sono stati portati alla luce reperti riferibili a due abitazioni romane: la Domus di Dionisio e la Domus delle fontane, utilizzate dal I al IV secolo d.C. e che sono ora annesse alla sezione romana del Museo della Città.
Le Domus, costruite su piani terrazzati che seguono l'andamento del Colle Cidneo, arricchiscono il percorso espositivo del Museo di Santa Giulia e sottolineano l'identità di città romana (colonia civica Augusta).
La domus di Dionisio gravita intorno ad un cortile al cui centro vi è un cocciopesto impreziosito da marmi policromi.
Sulla parete nord, un affresco riguardante il Nilo, viene ravvivato dall'acqua raccolta in un bacino; al centro del pavimento vi è il mosaico raffigurante Dionisio, il Dio del vino, che abbevera una pantera.
La domus delle Fontane è di estensione maggiore e i mosaici e le pitture presenti sono stati realizzati in diversi periodi.
Diversi ambienti caratterizzano questa domus.
Il cubiculum (lo studiolo) caratterizzato da un pavimento con disegno geometrico bianco (I secolo d.C.) è il più interessante in quanto sono stati rinvenuti in crollo il soffitto e le pareti del vano.
Un altro ambiente è caratterizzato da un inserto marmoreo al centro della sala del II secolo d.C. epoca a cui sembrano risalire anche le fontane e le vasche alle quali la domus deve il nome (domus delle Fontane).
La sala delle Stagioni è caratterizzata da decorazioni della fine del III secolo d.C. il cui soggetto è il trascorrere del tempo e la ciclicità della vita.
Dello stesso periodo le decorazioni della sala delle Colonne che alludono ad incontri conviviali, con schemi e colori che rimandano all'aria transalpina.
Edificato a cavallo del XII e XIII secolo rappresenta uno dei palazzi municipali più eleganti della Lombardia. Nonostante numerose trasformazioni ed aggiunte, alternatesi nel corso dei secoli, presenta ancora oggi l'essenza del suo stile romanico originario. La bella facciata, ornata da trifore e quadrifore, venne restaurata nel corso del XIX secolo.
Venne costruito su un'area adibita ad orto e frutteto o brolo da cui, appunto, deriva il suo nome.
Al centro dell'ampio cortile interno è posizionata una fontana settecentesca che lo impreziosisce.
L'ala più vecchia, in pietra, è quella che costeggia il Duomo e che si appoggia alla torre del Pegol (53,70 metri di altezza, costruita in medolo a bugnato e posta su un basamento a scarpata in pietra di Botticino).
I lavori per la realizzazione della grande piazza civile - voluta dal podestà Foscari - iniziarono nel 1433 e proseguirono per oltre un secolo.
Gli edifici che ne ornano il perimetro, oltre alla Loggia, sono il palazzo Notarile, casa Vender, il Monte Nuovo di Pietà, il Monte vecchio di Pietà, l'edificio detto delle Prigioni e i portici con la Torre dell'Orologio.
Nello specifico il palazzo della Loggia venne incominciato nel 1492 e terminato nel 1574. Fu destinato a sede del Consiglio dell'aristocrazia. La Loggia è sicuramente il più bell'esempio di architettura rinascimentale di Brescia.
Per quanto riguarda il progetto furono contattati vari architetti tra i più famosi dell'epoca: il Palladio, il Sansovino, l'Alessi; sembra però che quello definitivo sia da attribuire a Lodovico Beretta.
La cupola a scafo o carena di nave - simile a quella attuale - installata nel 1560 venne nel 1575 distrutta da un incendio che colpì tutto il piano superiore rappresentato - all'epoca - da un unico grande ambiente e sulla cui volta vi erano tre dipinti del Tiziano. Fu solo nel 1915 che si decise di ricostruire la cupola in piombo sul modello di quella originale.
Il piano terra, a portico, è caratterizzato da delle ampie arcate mentre il piano superiore è adornato da finissime decorazioni scultoree.
La torre alta 31 metri a pianta quadrata (10,6 metri per lato) si erge sopra un massiccio basamento a grosse bugne di pietra di Botticino.
Venne eretta nel 1254 probabilmente a difesa della porta di S. Giovanni o forse venne costruita per contenere la cassa del Comune. E' sicuramente uno degli esempi più interessanti dell'architettura medievale bresciana
Sulla facciata ovest nel 1461 venne apposto l'orologio mentre la parte superiore ( i merli in cotto e la torricella) venne aggiunta durante il restauro della torre avvenuto tra il 1476 e il 1481.
La fontana venne creata nel 1596 dallo scultore trentino Carra sulla base dei disegni del pittore e architetto orceano Bagnadore.
Il vasto edificio presenta un assetto architettonicamente complesso, determinatosi in oltre tre secoli di adattamenti e di trasformazioni. Con una singolare continuità di funzioni, il Teatro Grande sorge nello stesso luogo dove si aprì il primo teatro pubblico di Brescia nel 1664.
Originariamente delimitata dalle mura meridionali della cittadella (sec. XIV/XV), l'area del Teatro fu concessa dalla Repubblica di Venezia all'Accademia degli Erranti che, nel 1643, vi edificò la propria sede ad opera degli architetti Avanzo.
Costituitasi nel primo decennio del XVII secolo, l'Accademia riuniva la nobiltà cittadina:oltre al'attività equestre ed alla scherma, si svolgevano lezioni di matematica, di morale e di ballo; con cadenza pressochè annuale, gli accademici dedicavano una solenne cerimonia ai Podestà veneti con componimenti musicali e poetici. Il palazzo accademico era composto dalla vasta sala superiore, raggiunta da un maestoso scalone, e dal portico terreno della cavallerizza che nel 1664 e nel 1710 fu adattato a teatro.
Del palazzo seicentesco rimane la facciata, ripartita dai tre finestroni, prospiciente corso Zanardelli (l'antico Mercato del Vino); nel 1780 si aggiunse il portico realizzato dagli architetti Antonio Vigliani e Gaspare Turbini.
L'ampia scalinata sottostante conduce all'ingresso principale del Teatro: al portale seicentesco si affiancano due aperture minori del 1745 circa. La scalinata prosegue all'interno dell'atrio, decorato nel 1914 dal pittore bresciano Gaetano Cresseri con due grandi affreschi monocromi (la Tragedia e la Commedia). Alla sommità della scalinata tre portali settecenteschi introducono nella Sala delle Statue che, coperta dalla grande volta del XVIII secolo, fu definita nel suo assetto attuale da Girolamo Magnani nel 1863: sopra la balaustra si evidenziano le statue, in gesso e tela, opera di Giuseppe Luzziardi; alle pareti laterali sono collocati i busti del commediografo bresciano Girolamo Rovetta e di Giuseppe Verdi, eseguiti rispettivamente da Leonardo Bistolfi (1911) e da Domenico Ghidoni (1901).
Dalla Sala delle Statue, per un successivo vestibolo, si accede al Ridotto e, volgendo a sinistra alla sala teatrale.
Il Ridotto fu realizzato tra il 1760 ed il 1769 dall'Architetto Antonio Marchetti quale sala accademica degli Erranti, in sostituzione della precedente demolita nel 1739. Nonostante gli interventi decorativi dovuti al "restauro" effettuato da Antonio Tagliaferri nel 1894 (aggiunta delle specchiere, dei putti in gesso di Francesco Gusneri e delle statue affrescate di Bortolo Schermini), il salone rimane tra le più interessanti realizzazioni del Settecento bresciano per la particolarissima struttura architettonica a logge e per la decorazione affrescata.
Nella parte superiore si apre lo "sfondato" mistilineo, oltre il quale si estende il vasto cielo dipinto dal veneziano Francesco Zugno: le figure allegoriche dell'Accademia e della Pace introducono alla celebrazione delle Arti e delle Scienze. Allo stesso pittore si devono i personaggi, a grandezza naturale ed in abiti contemporanei, che animano le finte logge con incontri galanti e conversazioni. Le decorazioni di tipo architettonico sono opera di Francesco Battaglioli, comprese le variatissime "rocailles", imitanti lo stucco, che circondano lo sfondato. Dal Ridotto si accede alla caffetteria, in origine sede della "Reggenza" dell'Accademia, dove recenti restauri hanno scoperto l'ornamentazione eseguita nel 1787 da Francesco Tellaroli; accanto si trova la saletta neoclassica interamente affrescata nel 1811 dal bresciano Giuseppe Teosa con raffigurazioni allusive al gioco d'azzardo, qui praticato in età napoleonica.
Dal Ridotto, ripassando per un breve corridoio affrescato già appartenente alla stessa sala, si giunge alla Rotondina che introduce alle scale dei palchi ed alla platea della sala teatrale. Questa parte dell'edificio sorge sull'area che gli accademici utilizzavano come maneggio, quindi occupata, nel 1735, dal teatro impostato da Antonio Righini e realizzzato da Antonio Cugini, due noti scenografi ed architetti teatrali dell'ambito dei Bibiena; demolita nel 1809 la sala presentava una pianta a U con cinque file di palchi digradanti verso il boccascena.
L'attuale sala, della tipica conformazione "a ferro di cavallo", fu progettata dall'architetto milanese Luigi Canonica ed inaugurata nel 1810 con un grande spettacolo operisitico musicato per l'occasione da Simone Mayr. L'originaria decorazione neoclassica eseguita da Giuseppe Teosa, con allegorie ispirate alle vittorie di Napoleone, fu sostituita nel 1862/63 da fastosi ornati neobarocchi; solo il palco reale conservò la raffinata ornamentazione originaria, compresa la sovraporta con l'allegaoria della Notte dipinta da Domenico Vantini. La trasformazione fu attuata dallo scenografo parmigiano Girolamo Magnani, autore dei monocromi inseriti nei parapetti dei palchi e nel soffitto della platea. Ancora nel soffitto si osservano pure i gruppi allegorici della Danza, della Commedia, della Tragedia e della Musica affrescati da Luigi Campini. Un certo interesse rivestono inoltre sia lo spazio del palcoscenico, che ancora conserva parte della struttura ottocentesca, sia il cosidetto "soffittone", grande ambiente un un tempo destinato alla preparazione delle scene dipinte.
Rappresenta un esempio di straordinaria bellezza di archittettura romanica in Italia.
E' noto a tutti, in ragione della sua forma, come "La Rotonda".
Venne incominciato dai maestri comacini alla fine dell' XI secolo sopra le rovine di quella che fu la basilica (invernale) di S. Maria Maggiore del VII sec.
La Rotonda in origine era dotata di due ingressi (nord - sud), ora però non più utlizzati;
l'attuale ingresso principale fu invece creato nel 1571.
L'esterno del Duomo Vecchio presenta un corpo a pianta circolare mentre l'interno è caraterizzato da una cupola emisferica appoggiata su otto grandi archi sostenuti da pilastri e sovrastante l'ampio spazio centrale.
Di fronte alla porta d'ingresso è posizionato il sarcofago (in marmo rosso di Verona) di Berardo Maggi, mentre dal presbiterio - attraverso due scale - si accede alla Cripta di S. Filastrio, che faceva parte dell'antica basilica di cui sono rimasti alcuni resti di mosaici.
Il Duomo Vecchio ospita alcune importanti opere del Moretto, tra cui: l'Assunta, gli evangelisti Luca e Marco, la Cena dell'agnello pasquale, Elia e l'Angelo; due tele del Romanino e una di Franco Maffei (pittore vicentino).
Degno di nota è pure il grandioso organo risalente al 1536 realizzato dall'Antegnati.
Nella Rotonda è custodito il Tesoro delle SS. Croci e la Croce del Campo che un tempo veniva issata sul Carroccio.
Il Duomo Nuovo venne edificato tra il 1604 e il 1825; venne scelta l'area su cui sorgeva la basilica (estiva) paleocristiana di S. Pietro de Dom (V-VI secolo).
In origine venne contattato il famosissimo architetto Andrea Palladio ma per questioni di carattere economico si decise di affidare il progetto al giovane architetto bresciano Giovan Battista Lantana e la direzione del cantiere - per i primi venti anni - al bresciano Pietro Maria Bagnadore che era scultore, pittore oltre che architetto.
La grandiosa facciata fu eretta ad opera degli architetti bresciani Giovan Battista e Antonio Marchetti mentre i lavori vennero ultimati dall'architetto milanese Luigi Cagnola che provvide ad erigere la bella cupola che richiama peraltro quella di S. Pietro a Roma. Quest'ultima venne poi distrutta durante i bombardamenti del 1943 e ricostruita dopo la guerra.
La facciata è imponente e solenne, l'interno è a croce greca con tre navate e cupola centrale affrescata.
All'interno si possono ammirare lo Sposalizio, la Visitazione e la Nascita della Vergine del Romanino e il Sacrificio di Isacco del Moretto oltre a diverse opere scultoree.
E' anche conosciuta con il nome di S. Rita. Venne costruita verso la fine del XII secolo.
La chiesa ha una pianta circolare e presenta un architettura esterna che richiama lo stile di alcune costruzioni dell'Alto Adige. L'interno subì pesanti trasformazioni nei secoli XVIII e XIX.
Interessante un dipinto di Domenico Romani: Vergine con il Banbino tra i santi patroni Faustino e Govita.
Venne costruita tra il 1254 e il 1263 ed è sicuramente una tra le chiese più importanti di Brescia, lo stile architettonico è il romanico-gotico lombardo.
L'interno a forma basilicale presenta tre navate, il soffito di quella centrale è a scafo mentre quello delle due laterali è a capriate.
In origine le pareti in pietra erano spoglie ma nel Trecento vennero affrescate e sempre in questa epoca furono costruite due cappelle laterali all'altar maggiore.
Gli affreschi sono in parte ancora visibili sulla parete di destra: un Inferno e una Pietà che richiamano la scuola di Giotto e la Discesa dello Spirito Santo del Romanino.
Il Chostro Maggiore è anch'esso del Trecento, ideato dal maestro comacino Guglielmo Frissone da Campione. Le cappelle laterali risalgono invece ai secoli XV-XVI.
La facciata in medolo è ornata da un bellissimo rosone a raggi di pietra e da un particolare portale con strombatura e pseudo protiro.
Il campanile in marmo di Botticino presenta nella parte inferiore bifore romaniche e nella parte superiore bifore gotiche.
In S. Francesco si trovano poi dipinti come la Madonna in trono con Santi, del Romanino (quadro dell'altar maggiore) e S. Margherita da Cortona, San Francesco, San Girolamo, del Moretto (sul primo altare di destra).
Incominciata nel 1429 venne ultimata intorno al 1471.
La facciata in cotto è impreziosita da un portale rinascimentale del XV secolo.
L'interno con tre navate e sei cappelle laterali venne ristrutturato nel XVI e XVII secolo.
Numerose le opere interessanti: alcuni affreschi quattrocenteschi, gli Evangelisti e il Crocifisso del Foppa.
Costruita nel 1522, su progetto di Fra Ludovico Barcella da Chiari, è decorata con ricchi stucchi e dorature.
L'esterno presenta un interessante portale di marmo con portone intagliato, ambedue originariamente appartenuti alla chiesa dei Padri Gerolamini distrutta nel 1517 in ottemperanza ad un ordine del governo veneto.
Internamente è da segnalare sull'altare maggiore la Natività di Maria del Bagnadore e sulla destra una pala del Moretto: la Vergine tra i santi Sebastiano, Martino e Rocco.
Attraverso un cortiletto di stile rinascimentale, posto sulla sinistra della chiesa, si può accedere al Santuario della Madonna delle Grazie.
E' una chiesa molto antica che esiteva già nel X secolo. Nel tempo subì molti rifacimenti, in specifico nel XV secolo venne riedificata e nel XVII subì altre trasformazioni. Nel 1840 l'interno venne radicalmente modificato dal Vantini.
In questa chiesa sono custoditi importantissimi dipinti del Moretto: la Vergine in gloria con i santi Clemente, Domenico, Floriano, Caterina e la Maddalena, le Cinque sante, lo sposalizio mistico di S.Caterina, l'offerta di Melchisedec.
Santa Maria dei Miracoli sorge in Corso Martiri della Libertà.
Nel 1487 le autorità cittadine eressero una cappella in onore della Madonna, nel luogo dove un dipinto con l'immagine della Beata Vergine veniva ritenuta miracolosa.
Il 17 Luglio 1488, poiché la cappella si dimostrò insufficiente, si decise per la costruzione di una nuova chiesa.
La parte centrale della facciata, in candido botticino, è la parte più antica e interessante (l'autore è Giangasparo Pedoni) ed è rappresentativa della scultura lombarda del Rinascimento. Nella sua bellezza e varietà sono presenti nelle quattro lesene: croci, candelabri, lance, coppe, uccelli, serpenti, spighe, frutta, fiori e un leone rampante dello stemma cittadino su di uno scudo Il protiro, aggiunto in un secondo tempo, è diviso in quattro colonnine dalle scanalature rettilinee che poggiano tutte su un unico alto basamento e sorreggono una tribuna rettangolare, a una sua volta sormontata da una stretta edicola col timpano triangolare. Ed anche nel protiro, come nei basamenti e nelle fasce delle colonne, nei riquadri dell'architrave e della tribuna, sulla fonte e sui fianchi è tutto un susseguirsi di fregi.
Sopra la lesene, ai lati del protiro, ci sono i bassorilievi raffiguranti il Battesimo di Cristo e l'Adorazione dei Pastori.
L'interno, a pianta quadrata divisa in tre navate da pilastri e colonne, con l'abside pentagonale e con due cupole che sovrastano la navata centrale ed altre due più piccole sulle cappelle centrali delle navate laterali è andato in gran parte distrutto dal bombardamento del 2 Marzo 1945 che risparmiò "miracolosamente" solo l'elegante facciata.
Nell'abside si conservano le opere pittoriche di maggior interesse della chiesa: sulla parete destra l'Assunzione di Pietro Marone e la Purificazione di Maria Vergine di Grazio Cossali; sulla parete di fondo in una cornice marmorea barocca vi è il quattrocentesco affresco della Vergine col Bambino, per cui venne edificata questa chiesa.
Chiesa che ha origini molto antiche, fu eretta dal santo vescovo Onorio sul finire del VI secolo e qui venne pure sepolto. Anfrido (vescovo) la ricostruì (813 - 816) dopo che un incendio la distrusse. Nella prima metà del XII secolo i Benedettini ricostruirono di nuovo la chiesa che nel 1621 venne totalmente demolita e ricostruita ex novo a partire dal 1622.
La bella facciata in marmo, opera dell'architetto Carra, presenta diverse sculture e rilievi di Sante Calegari il Vecchio. Da segnalare, inoltre, il grande portale con bassorilievo del Martirio dei Santi patroni Faustino e Giovita. La pianta della chiesa è a tre navate, divise da archi a pieno centro poggianti su colonne binate, la volta centrale e a botte.
L'interno è tutto affrescato da dipinti della scuola bresciana del XVII secolo. Al di sopra della porta di accesso principale si trova un grande quadro di Bernardino Boni: il Riscatto degli schiavi. Lattanzio Gambara è invece l'autore di una bellissima tela (il Presepio) posta sul secondo altare a destra.
Nel 1743 un incendio distrusse gli affreschi con cui il Gambara dipinse il presbiterio che venne poi restaurato e splendidamente riaffrescato (1754-1755) da Giovanni Tiepolo, figlio del più famoso autore di affreschi del tempo.
Sull'altare maggiore è posta la barocca arca di marmo in cui sono riposte le reliquie dei Santi Faustino e Giovita, opera dello scultore Giovanni Carra.
La chiesa ha origini antichissime, presumibilmente risale al IV secolo. Intorno al 1440 venne riedificata una seconda volta, la prima fu agli inizi del XIII secolo.
La facciata presenta un portale in pietra di forme rinascimentali affiancato da due archi, tracce di antiche tombe nobiliari. L'interno è organizzato in tre navate divise da pilastri imponenti.
E' forse la più importante chiesa di Brescia dal punto di vista artistico, infatti al suo interno si possono ammirare delle opere di straordinaria bellezza dei massimi esponenti della pittura bresciana del cinquecento: il Moretto e il Romanino.
L'elegante chiostro - risalente al 1487 - si trova sulla destra della chiesa.
La chiesa, facente parte dell'ex convento dei Gesuati (XV-XVI sec.), fu edificata nella seconda metà del XV secolo dai Gesuati stessi.
Molto bella è la facciata, in particolare lo splendido portale in marmo di stile tipicamente rinascimentale. Al centro dell'architrave - sormontato da una lunetta in pietra affrescata - vi è scolpito il busto di Cristo.
L'interno - a navata unica con tre cappelle laterali - venne ristrutturato intorno al 1640 (aggiunta delle tre cappelle). Molto interessanti i quattro affreschi attribuibili a Paolo da Caylina il Vecchio o a Gerolamo da Brescia: Madonna col Bambino tra S. Rocco e S. Cristoforo; S. Gerolamo genuflesso nel deserto; Vergine seduta col Cristo morto in grembo; Vergine col Bambino e S. Pietro. Un recente restauro ha ridato splendore alla volta a stella con il ciclo di affreschi raffiguranti i dodici apostoli.
L'edificazione (753) del monastero benedettino femminile di S. Salvatore (successivamente chiamato di Santa Giulia) risale al tempo dei Longobardi e la sua fondazione è specificatamente da riferire a Desiderio, tre anni prima di divenire re, ed alla sua consorte Ansa.
Il sovrano longobardo dotò il cenobio benedettino (governato dalla figlia badessa Ansilperga) di un notevolissimo patrimonio fondiario ed immobiliare, esteso ben oltre i confini bresciani; al monastero faceva capo un'intensa attività di scambi commerciali.
Questo fervore economico radicatosi intorno al monastero trovava la sua ragion d'essere nel ruolo chiave, sia politico che sociale, da esso ricoperto come monastero "regio".
La tradizione storica vuole che proprio in S. Giulia si consumasse la straziante vicenda umana di Ermengarda, figlia di re Desiderio e sposa reietta di Carlo Magno (re dei Franchi).
Fin dai primi anni successivi all'unità d'Italia si intuì l'innata propensione per una destinazione museale dell'imponente complesso conventuale di S.Giulia. L'importante monastero desideriano, emblema culturale e storico di Brescia, trova ubicazione in via dei Musei ed è oggi sede del Museo della Città.
Il complesso comprende la basilica di S. Salvatore, a tre navate con colonne parzialmente recuperate in loco da edifici romani, senza abside e senza facciata, che però - come provano i più recenti studi e scavi - non è quella voluta originariamente da Desiderio ma una edificazione successiva (inizio IX secolo), sovrapposta ad una chiesa preesistente ad una navata e tre absidi - questa sì - corrispondente all'originale chiesa di San Salvatore a sua volta soprastante un edificio di epoca romana: la casa del ninfeo (presumibilmente costruito nel I secolo d.C. ed abbattuto nel V).
Il campanile costruito tra il XIII e il XIV secolo fu affrescato intorno al 1520 dal Romanino
In San Salvatore si possono ammirare alcuni affreschi di Paolo da Caylina il Giovane (XVI sec.) oltre ad alcuni frammenti di affreschi risalenti all'epoca carolingia.
Nel 1466 la facciata di S. Salvatore venne abbattuta per aggiungervi il Coro delle Monache che più tardi (seconda metà del XVI secolo) diverrà il presbiterio della chiesa di S. Giulia.
Il sacello di Santa Maria in Solario venne integrato, nell'ambito di una ristrutturazione avvenuta intorno alla metà del XII secolo, al monastero desideriano. A pianta quadrata, con forme romaniche, venne costruito in medolo (una pietra locale); l'edificio è coronato da un tiburio ottagonale con loggetta di archi a tutto sesto sovrastati da una fila di archetti pensili che vi gira tutt'intorno.
L'interno è strutturato a due piani messi in comunicazione da una scaletta di pietra. Il piano inferiore, illuminato da due finestrelle, non presenta aspetti di decorazione e per questo si pensa avesse funzione di sola custodia del tesoro del monastero costituito da oggetti liturgici di grande valore, codici miniati, reliquiari. Lo spazio è caratterizzato da quattro volte a crociera sostenute al centro da un'ara romana, nella fattispecie facente funzione di pilastro, che porta l'epigrafe: "Deo Soli Res Publ.(ca)". Il piano superiore, costituito da uno spazio a pianta quadrata e tre absidiole ricavate nella parete orientale , si presenta interamente affrescato. Gran parte di questi affreschi, raffiguranti scene della vita di Cristo, Madonne in trono e figure di santi sono riferibili a Floriano Ferramola (II-III decennio del XVI secolo) .
Viene inaugurata nel 1908 e nasce dalla fusione di due preesistenti pinacoteche: la Tosio e la Martinengo. La sua sede si trova presso il palazzo Martinengo da Barco.
Le opere sono esposte lungo un percorso di 25 stanze e sono rappresentate da dipinti dei più celebri maestri della scuola pittorica bresciana del quattrocento e del cinquecento, come il Foppa, il Savoldo, il Moretto, il Romanino, ma anche di artisti di altri periodi e diverse aree culturali come il Lotto, il Ceruti, il Maffei, il Celesti, il Civerchio, Palma il Giovane, Paolo Veneziano, ecc.. Trovano posto anche le tele di celeberrimi artisti italiani - come il Raffaello - e fiamminghi.
La pinacoteca possiede anche moltissime preziose stampe, disegni di famosi autori e codici miniati quattrocenteschi.
Istituito nel 1887 riunisce documenti ed oggetti riguardanti il periodo tra il 1789 (Rivoluzione francese) e il 1870 (presa di Roma).
La sede del Museo cambiò più volte nel corso degli anni fino a quando, nel 1959, venne spostata definitivamente nell'edificio del grande Miglio in Castello. Quest'ultimo, risalente al 1597, aveva originariamente la funzione di magazzino per le granaglie. Nel Museo numerosi sono i documenti e i cimeli che testimoniano del periodo della Rivoluzione francese data l'importanza della sua influenza su Brescia: armi d'epoca, monete, stampe.
Anche il periodo (1815 - 1847) susseguente al Congresso di Vienna - che determinò l'annessione di Brescia al Regno Lombardo-Veneto - è abbondantemente documentato.
Brescia è presente con una ricca documentazione, con ritratti di personaggi bresciani del tempo, medaglie e interessanti vedute della città.
Le tele di Faustino Joli costituiscono una preziosa testimonianza delle X Giornate, né potevano mancare i ritratti dei personaggi come Tito Speri, don Boifava, padre Maurizio Malvestiti.
E' uno dei più importanti d'Europa ed ha sede nel mastio del castello di Brescia.
Vanta un'esposizione costituita da ben 580 pezzi dei complessivi 1090 raccolti dall'industriale palazzolese Cavaliere del lavoro Luigi Marzoli.
Venne donata al Comune di Brescia nel 1965.
La copiosa collezione rende bene l'idea del processo evolutivo subito dalle armi e dalle armature tra il XV e il XVI secolo.
Tra i mille pezzi esposti trovano posto numerose armature, un centinaio di elmi, armi bianche corte e lunghe, una cinquantina di armi da fuoco lunghe, una novantina di pistole, 15 cannoni e 150 accessori per armi da fuoco.
In esposizione vi sono reperti preziosi ed apparecchi fotografici e cinematografici (compresa la prima macchina fotografica del mondo), attrezzature per riprese foto-cinematografiche, attrezzature per camera oscura. In totale sono in mostra oltre 8.000 pezzi: un vero tesoro.
La fototeca, a sua volta, comprende circa 60.000 fotografie di autori da ogni parte del Mondo, realizzate in ogni formato e di tutte le epoche a partire, anche in questo caso, dalla copia della prima del Mondo: anno 1826. La Biblioteca foto-cinematografica conta circa 8.000 volumi interamente di fotografia e cinematografia: è aperta ogni giorno feriale dalle 9.00 alle 11.30.
Il Museo è l'unico del genere in Italia ed è segnalato sulle più importanti guide di antiquariato fotografico mondiale, in particolar modo dalla "Cameras" di Mc Keown degli Stati Uniti, e nei volumi sui Musei Lombardi editi dalla Regione Lombardia. Tutte le informazioni vengono tenute aggiornate dall'uscita bimestrale del "Notiziario del Museo".
Il Museo è aperto il sabato, la domenica ed i giorni festivi dalle ore 15.00 alle 18.00 con ingresso gratuito per tutti. Inoltre ogni mattino da lunedì a venerdì sì organizzano visite guidate (previa prenotazione telefonica) per scuole e gruppi. La sede è in uno splendido edificio del '600 e presenta un Salone principale con otto colonne.
I corsi fotografici organizzati dal Museo sono quattro:
corso fotografico di Base, corso di Perfezionamento, corso dì Approfondimento e corso specializzato di Cine-video. I primi due sono concentrati in 10 lezioni e si svolgono in due separate sessioni (primaverile ed autunnale) mentregli altri si svolgono nell'arco di tutto l'anno ogni giovedì sera.
Infine, il Museo organizza ogni anno i seguenti Concorsi Fotografici a carattere nazionale (oltre a quelli settimanali e mensili dei corsi fotografici):
Il museo Ken Damy è stato fondato a Brescia il 29 apile 1990 da Ken Damy, dopo una ventennale esperienza di gallerie fotografiche e si è trasformato in associazione culturale il 1° luglio 1992.
Svolge un ruolo importante per la fotografia contemporanea sul territorio nazionale ed internazionale, situato in pieno centro storico a Brescia dispone di 8 sale espositive, di auditorium, biblioteca e piccolo bar per una superficie totale di 540 mq.
Patrocinato dagli enti pubblici, registra annualmente circa 350 associati provenienti da tutta Italia.
In questo spazio é collocato il laboratorio per il montaggio mostre e gli archivi
fotografici del museo.
Il 24 novembre 2002, il Museo del Ferro - La fucina di San Bartolomeo, primo polo del Museo dell'Industria e del Lavoro "E. Battisti" di Brescia, ha compiuto il suo primo anno di attività, da quando le porte delle sue sale didattico/espositive e dell'antico maglio sono state aperte al pubblico. Dal borgo di San Bartolomeo è iniziata l'industrializzazione della città. Questa vocazione fu segnata dalla collocazione allo sbocco della produttiva Valle Trompia e dalla disponibilità di forza idraulica, fornita da due canali derivati dal fiume Mella: il Grande e il Bova. Lungo i due canali sorsero, a partire dal tardo Medioevo, numerosi magli da ferro e da rame, mulini, concerie di pellami, frantoi e opifici per la molatura del ferro. Nell'Ottocento, inoltre, si insediò la prima filatura di cotone del Bresciano.
Il Museo ha sede nell'edificio in cui erano attivi una fucina da ferro ed un laboratorio di molatura, azionati dalle acque del Bova.
Elementi essenziali da cui il progetto di recupero e musealizzazione, fortemente voluto dalla Fondazione Civiltà Bresciana, ha preso le mosse sono i resti materiali delle lavorazioni artigianali un tempo praticate e, soprattutto, la presenza del locale della fucina: la macchina di albero e maglio, ma anche la forgia, l'incudine, la mola, il carbonile e vari attrezzi da lavoro, insieme alla canalizzazione delle acque ed alla tromba idroeolica dell'esterno, in grado di testimoniare l'attività in tutte le sue fasi e nei più minuti particolari.
Il Museo si proietta verso le nuove realtà museografiche di valorizzazione delle culture del lavoro nel Bresciano, che contribuiscono a delineare una rete di poli didattici ed itinerari tesi a fornire una occasione nuova per la frequentazione consapevole del territorio, l'offerta formativa, la crescita civile e culturale della collettività.
I collaboratori coinvolti nel recupero, nella ricerca e nell'allestimento, nella progettazione delle proposte didattiche e divulgative hanno sin da subito riconosciuto nel Museo una realtà che sarebbe divenuta propulsiva all'interno dell'ambito territoriale in cui esso si sarebbe trovato ad operare. L'individuazione degli impegni deontologici, oltre che in termini di conservazione e ricerca, ha permesso di comprendere gli obiettivi formativi e cognitivi da perseguire nelle iniziative di carattere didattico: l'incontro e la partecipazione attiva e condivisa alla cultura ed alla storia locale, la maturazione di una coscienza ecologica, la sensibilizzazione alla tutela del territorio e dei Beni demoetnoantropologici materiali, la conoscenza del patrimonio storico/territoriale, in relazione al contesto attuale. Indispensabile ai fini di proporne un valido e specifico percorso culturale è stata la riflessione su una serie di parametri, utili a precisarne la peculiare identità: la storia ed il percorso istituzionale; la collocazione geografico/territoriale; la specificità culturale in rapporto alle altre realtà museali della provincia di Brescia, con particolare riguardo alle numerose iniziative volte alla valorizzazione del patrimonio di cultura materiale ed archeologia industriale del ferro.
Particolare attenzione è stata data al mondo della scuola, per cui vengono proposti alcuni percorsi didattici della durata di due ore l'uno, che si articolano nella visita guidata agli spazi del Museo, che si avvale dell'ausilio di reperti materiali, modellini in scala, mappe e fotografie storiche, e nell'ora di laboratorio che si svolge nell'apposita Aula didattica, dove si approfondisce quanto appreso nella visita, attraverso il gioco, la manipolazione, il disegno ed il collage, mentre con l'ausilio di un CD rom per gli allievi delle Superiori.
Ideato e realizzato dai volontari del Gruppo La Pietra di Botticino, con il contributo del Comune di Botticino, è stato inaugurato il 22 dicembre 1996 ed è dedicato a quanti hanno operato e tuttora operano nel settore del marmo ed a coloro che sulle cave hanno lasciato la vita.
Il Museo è articolato in cinque sezioni che corrispondono alle fasi di trasformazione del marmo: estrazione, lavorazione, cavo museo, trasporto, manufatti.
Nelle diverse sale sono allestite immagini fotografiche di cave, laboratori e opere eseguite in hotticino; attrezzi utilizzati per l'estrazione e la lavorazione della pietra nel passato; campioni di marmi e graniti provenienti da
ogni parte del mondo; pietre di interesse mineralogico; capitello in lavorazione ed altre sculture; manufatti quali pietre con i segni di lavorazioni eseguite secondo le antiche tecniche di escavazione; particolarmente interessante è il sistema di taglio della pietra con il filo elicoidale.
Una apposita sala è stata allestita per studenti e ricercatori. In essa è contenuto materiale didattico e librario, nonché tesi di laurea sull'argomento.
Il Museo della Moda e del Costume ed il Museo del Vino e del cavatappi sono situati nelle antiche scuderie, nelle cantine seminterrate delle ali est e sud di Villa Mazzucchelli a Ciliverghe.
Vila Mazzucchelli (XVIII sec. ) è una splendida dimora in stile palladiano il cui progetto è attribuito all'architetto veneziano Giorgio Massari. Le colonne del pronao sono di epoca romana e provengono dall'antico Duomo di Brescia (S. Pietro de Dom) abbattuto nel 1604 per far posto al Duomo Nuovo.
Il Museo del Vino e del Cavatappi, ospitato negli ambienti della barchessa occidentale della villa si estende su tre piani, di cui uno interrato, che corrispondono ad altrettanti settori:
Nel locale sotterraneo, dedicato alla Coltura della vite, sono riuniti alcuni strumenti specifici del vignaiolo dai falcetti ai di diversi torchi per la pressatura.
La sezione al piano terra, dedicata alla Vinificazione, ospita attrezzi per il prelievo di campioni. Al primo piano, nella sezione dedicata alla Degustazione e consumo del
vino, ci addentriamo in una delle più eclettiche e vaste collezioni mondiali di cavatappi d'epoca. La varietà è davvero sorprendente, ce ne sono di tutte le provenienze e forme: quelli inglesi, sofisticati, a quelli di origine francese per continuare con gli italiani e tedeschi.
La collezione del Museo della Moda e del Costume, che ha origine nelle ricerche e nei viaggi di Franca Meo, è costituita da circa 5.000 pezzi, comprensivi di abiti, accessori, cappellini, fazzoletti, ombrellini, ventagli, guanti, monili, biancheria intima e da casa, paramenti sacri, strumenti di lavoro, abbigliamentoinfantile e giocattoli, cronologicamente databili dalla metà del Settecento fino alla nascita dell'Alta moda nel Novecento. Le numerose donazioni che continuano ad arricchire le collezioni storiche di abiti e di tessuti testimoniano il livello raggiunto dal museo, ormai individuato come punto di riferimento nell'ambito della storia del costume e della moda.
Tra i materiali che compongono le ricche raccolte del museo vi sono, inoltre, foto storiche, stampe antiche, cartoline e figurini dell'Otto e Novecento, costituiscono una sezione specifica di documenti iconografici sull'evoluzione del gusto vestimentario in età moderna.
Il percorso espositivo si articola in sei sezioni:
La Mille Miglia, gara irripetibile, appalesa un'ambizione: promuovere in chi si vi si accosta un'immaginerinnovata di Brescia, molto spesso costretta nello stereotipo ormai superato della città industriale, un'immagine adeguata all'odierno volto urbano.
Una gara insomma che affianca in un felice trait d'union all'immagine più diffusa di Brescia città opulenta e laboriosa, quella di ricchissimo scrigno di un patrimonio storico-artistico che la inserisce a pieno titolo nel circuito delle città d'arte italiane, in questo favorita anche dal rapporto con un contesto ambientale (laghi, montagna, pianura) suggestivamente ricco di potenzialità.
Una città orgogliosa della sua origine illustre, la Brixia romana del Tempio Capitolino e del Foro, delle Domus abbellite da mosaici e della Basilica; una città testimone dell'età longobarda e carolingia, la Brescia altomedievale della Croce di Desiderio e del monastero di San Salvatore-Santa Giulia, un complesso monumentale rilevante dal punto di vista religioso, artistico e politico; una città fiera interprete dell'epoca dei Comuni, la Brescia medioevale del palazzo del Broletto e del Duomo Vecchio; una città originale "periferia" della Repubblica di Venezia, la Brescia veneta di piazza della Loggia, della straordinaria pittura rinascimentale con il Moretto e il Romanino, delle splendide chiese, delle significative evidenze settecentesche (come il Duomo Nuovo e la biblioteca Queriniana); infine la città moderna, la Brescia della grande decorazione, del significativo collezionismo, dei monumenti celebrativi, dei teatri (il Teatro Grande e il Teatro Sociale).Una città oggi più che mai impegnata nella conservazione e valorizzazione del tessuto urbano e architettonico del suo centro storico - considerato, nel suo insieme, un bene culturale diffuso -, nel rafforzamento delle sue funzioni pregiate (il sistema delle piazze centrali, i luoghi di culto, i musei, le biblioteche, gli spazi espositivi e dello spettacolo); una città oggi fiera della realizzazione di un moderno e funzionale museo civico, Santa Giulia - Museo della Città. Museo civico concepito come codice interpretativo della storia della città, della forma urbis, museo aperto, in continuo dialogo fra esposizione ed evidenze del territorio.
L'auspicio è quindi quello che Brescia, anche tramite la Mille Miglia, possa essere scoperta o riscoperta per il suo patrimonio culturale e per la qualità delle sue manifestazioni, per la sua capacità produttiva anche in ambito culturale.
Alla fine del 1926, quattro giovani appassionati di motori e gare, il conte Maggi, il suo amico conte Mazzotti, il pilota Castagneto e il giornalista Canestrini diedero vita, e sostennero poi per tutta la durata del suo ciclo, alla corsa delle Mille Miglia.
Il conte Aymo Maggi nel dicembre 1926 aveva 23 anni. Giovane brillante, sportivo dal piglio disinvolto, di nobile famiglia, possedeva a Calino una splendida villa antica. Ottimo pilota si dimostrò uno dei migliori campioni del volante nei ruggenti anni Venti. Il conte Franco Mazzotti amico fraterno di Maggi, non aveva ancora 22 anni. Figlio di un facoltoso finanziere, appassionato di motori, fu pilota di automobili, partecipò alla Mille Miglia, compì avventurosi raid aerei in Africa, e al timone di barche da competizione vinse la corsa Pavia-Venezia. Fu presidente dell'Aci di Brescia, insieme ad Aymo Maggi vicepresidente e Renzo Castagneto vicesegretario. I Mazzotti possedevano una splendida ville liberty a Chiari dove, nel gran salone, Franco Mazzotti si esercitò fin da bambino in slalom fra le colonne, a bordo della sua piccola Austin 7. Scomparve nel Mediterraneo durante un volo di guerra nel 1940. Renzo Castagneto era stato un discreto corridore automobilistico, specialista nelle prove di fondo. Calmo, preciso, ricco d'iniziative originali, fu l'organizzatore principe di tutte le Mille Miglia e delle massime corse in Italia e a Tripoli. Nel 1926 aveva 34 anni. Giovanni Canestrini fu probabilmente il primo autentico giornalista italiano specializzato di un grande quotidiano: la "Gazzetta dello sport". Di origine trentina, coraggioso aviatore, combattente della prima guerra mondiale, aveva interrotto gli studi di ingegneria al Politecnico di Torino per iniziare la professione di giornalista. Era stato uno sportivo militante, calciatore e schermidore valente. Uomo di mondo e di cultura, avido lettore, scrittore, geloso dei suoi affetti, un tantino introverso, ebbe una vita movimentata e fu autore tra l'altro di parecchie pubblicazioni automobilistiche di gran pregio. La Mille Miglia si disputò ventiquattro volte: la prima nel 1927, l'ultima nel 1957, eccettuata l'interruzione dovuta alla guerra. Apre l'elenco dei vincitori la coppia Minoia-Morandi sulla bresciana OM e lo chiude Taruffi su Ferrari. La partecipazione si fece sempre maggiore, corridori e dilettanti passarono dai 77 partenti suddivisi nelle varie categorie di cilindrata della prima edizione, ai 502 (e 283 arrivati) del 1953. Si andavano via via affinando le tecniche di costruzione, mentre cresceva sempre più la passione e la curiosità delle folle che arrivavano da oltre frontiera a scaglionarsi sul percorso. L'organizzazione impeccabile era di marca svizzera ma fu ravvivata dalla genialità e dalla fantasia dei bresciani. Alfa e Maserati, Mercedes e Cisitalia, Ferrari e Lancia scatenavano fra loro duelli all'ultimo sangue per poter affermare il proprio primato meccanico; i piloti ingaggiavano duelli d'intensità talvolta drammatica per gli incidenti di strada che causavano continui mutamenti nelle posizioni. Anche se gli allori delle vittorie si alternavano (ora era Nuvolari su Varzi, Biondetti su Pintacuda, Borzacchini sul "negher" Campari), famosa rimase quella di Giannino Marzotto su Fangio. Memorabile anche la lotta a tre fra Ascari, Maglioli e Paolo Marzotto, che si concluse a favore di Ascari davanti a Vittorio Marzotto. Nel 1955 l'inglese Stirling Moss su Mercedes realizzò lo stupefacente record di km 157,630 di media oraria. La gara si ripeté ogni anno fino al 1957 quando il marchese Alfonso Cabeza de Vaca De Portago, "Grande di Spagna" e nipote di Alfonso XII, sul rettilineo tra Mantova e Brescia nei pressi di Guidizzolo mentre guidava la sua Ferrari 4000 cc. alla velocità di circa 300 chilometri orari subì lo scoppio del pneumatico anteriore sinistro. La vettura uscì di strada e uccise 11 spettatori. De Portago e il suo compagno di corsa, il giornalista americano Nelson, morirono sul colpo. In seguito a questo incidente il governo abolì la Mille Miglia e tutte le corse di velocità su strada. L'ultimo vincitore nell'anno della sciagura di Guidizzolo, fu il pilota romano Pietro Taruffi su Ferrari. Il fascino della Mille Miglia, raccontata da tutti i giornalisti del mondo, si trasferì dalla cronaca alla leggenda. Depositari di un patrimonio sportivo che affonda le sue radici negli albori dell'automobilismo sono l'Automobile Club e il Veteran Car di Brescia che in fattiva collaborazione si sobbarcano il compito di dare una continuità dinamica all'insegna della Mille Miglia nella storia dell'industria e dello sport dell'automobile, l'una e l'altro connaturati all'immagine stessa della nostra città